Studi neuroscientifici in merito alla dipendenza affettiva (DA) effettuati da ricercatori in campo neurobiologico, offrono un importante spunto utile all’ottimizzazione dell’approccio psicoterapeutico da parte di professionisti a stretto contatto con soggetti vittime di abuso narcisistico. Questo scritto funge da guida, dal punto di vista psicobiologico, ed espone i pattern e le dinamiche che si innescano a livello biochimico e cerebrale negli individui che sviluppano questo tipo di disturbo relazionale.
Introduzione
La dipendenza affettiva (DA) rientra negli stati psicopatologici in cui un soggetto può incorrere nel corso della propria vita sia in epoca adolescenziale, sia in fase adulta. Ciò che differenzia la dipendenza affettiva da altre forme di subordinazione quali da sostanze stupefacenti o alcol è la dinamica con cui queste ultime si sviluppano, legate principalmente oltre ad un fattore genetico, ad un’errata realizzazione della propria identità personale all’interno della società, accompagnata da un senso di inadeguatezza che genera un deficit nelle relazioni interpersonali. Al contrario, il soggetto che incorre in dipendenza affettiva disfunzionale, seppur sviluppi numerose caratteristiche psicopatologiche derivanti da una disfunzionalità nella gestione della sfera emotivo-relazionale, può non manifestare episodi pregressi di subordinazione poiché
il punto cardine da tenere in considerazione per differenziare i due stati patologici non è come, ma con chi sceglie di relazionarsi.
Il circuito meso-cortico-limbico e il sistema di ricompensa e gratificazione
In campo neurobiologico la dipendenza affettiva pone un certo interesse dal punto di vista relazione-effetto in quanto nella vittima da abuso narcisistico, ossia nel dipendente affettivo, molteplici mediatori chimici innescano una risposta a cascata comparabile a quella che si attua nei confronti di numerose sostanze stupefacenti, coinvolgendo circuiti cerebrali connessi alla sfera emotivo-cognitiva, quali la ricompensa e la gratificazione, portando così il soggetto ad essere a livello cerebrale chimicamente dipendente dal soggetto abusante, e sviluppando una serie di comportamenti disfunzionali conseguenti ad un alterato stato psicofisico. Dal punto di vista anatomico, le strutture cerebrali coinvolte nel sistema di ricompensa possono unificarsi a livello del circuito meso-cortico-limbico, il quale comprende l’area tegmentale ventrale mesencefalica (VTA), lo striato ventrale, la corteccia prefrontale, cingolata e insulare, l’ippocampo, il talamo e l’amigdala. All’interno del sistema di ricompensa, oltre alla presenza di innumerevoli neuroni GABAergici che attuano una spiccata attività inibitoria della tensione emotiva e dello stress, sono presenti anche neuroni dopaminergici i quali, oltre ad inibire l’azione conservatrice svolta dai GABAergici, producono dopamina, il neurotrasmettitore capostipite della sensazione di piacere e di ricompensa.
A fronte di quanto riportato, diversi studi scientifici hanno sottolineato come esista una correlazione tra le dipendenze da sostanze stupefacenti e quelle comportamentali/relazionali definendo infatti queste ultime “capaci di attivare gli stessi circuiti responsabili della gratificazione indotta da sostanze psicoattive” (Ammaniti M. et al., 2008), ed evidenziando notevoli alterazioni del circuito dopaminergico mesolimbico, in quanto il rilascio di dopamina è maggiore e più prolungato nel tempo rispetto agli stimoli naturali, e anomalie sinaptiche a livello delle regioni corticali come la corteccia prefontrale e cingolata.
Risulta chiaro come la vittima nel lungo periodo possa incorrere in alterazioni cognitive-comportamentali, sviluppando anche forti pensieri desideranti nei confronti dell’abusante che sfociano, se non trattati, nel cosiddetto craving, ossia la bramosia di relazionarsi quanto più possibile con il partner narcisista che a sua volta è in grado di indurre nella vittima il rilascio di molecole coinvolte nella biochimica del piacere.
La biochimica del piacere nella relazione abusato-abusante
Relativamente alla dipendenza affettiva la neurobiologia si occupa di studiare e analizzare, dal punto di vista anatomico e fisiologico, eventuali alterazioni biochimiche e neuroanatomiche indotte da una prolungata esposizione con una sostanza, un oggetto o una persona in grado di generare la dipendenza stessa. L’utilizzo di rsfMRI (Resting state fMRI), è un esempio di metodo analitico avanguardistico comprendente l’osservazione selettiva di aree cerebrali, attivate da stimoli endogeni o esogeni, per lo studio di eventuali condizioni psicopatologiche che si possono verificare durante uno stato di dipendenza. La tecnica fornisce quindi una mappa delle attività sinaptiche delle aree cerebrali di interesse, permettendo inoltre l’individuazione di possibili alterazioni della componente biochimica, quali il rilascio di neurotrasmettitori ed ormoni, coinvolti nella sfera emotivo-relazionale e del piacere.

Sono infatti numerose le molecole implicate nella dinamica affettiva – tra cui la dopamina già citata nei precedenti paragrafi – e risulta di conseguenza opportuno porre particolare attenzione ad altri componenti biochimici come la serotonina, la feniletilamina, l’adrenalina e la noradrenalina. Il coinvolgimento e la conseguente alterazione dell’ormone cortisolo, invece, riguarda una situazione di stress-indotto sia da parte della vittima sia dell’abusante.
- Serotonina: è un ormone coinvolto nella regolazione dello stato emotivo-umorale e, come osservato in uno studio condotto da Pallanti et al., “un’alterazione serotoninergica può portare a stati di compulsione e impulsività” riscontrabili nei casi di dipendenza affettiva. L’ossessione verso l’abusante – se così in termini semplicistici si può definire -, ha il solo scopo di raggiungere nuovamente la gratificazione ottenuta grazie all’abbondante rilascio di dopamina. Il pensiero dell’altro, infatti, tende a diventare compulsivo, portando a pensieri intrusivi e ripetitivi.
- Feniletilamina (PEA): importante neurotrasmettitore precursore di sintesi chimica di anfetamine. Gioca un ruolo chiave nella fase dell’innamoramento e provoca sensazioni quali euforia, eccitazione o infatuazione che donano un senso di piacevolezza a causa del rilascio di endorfine. Sono proprio queste emozioni ad essere continuamente ricercate dal dipendente affettivo, in quanto la frequente incostanza causata dal rapido passaggio da una situazione di esaltazione ad una di denigrazione e non accettazione da parte dell’abusante, porta il soggetto ad essere esposto ad un alternarsi di emozioni che lo trattengono in un vortice di continua ricerca del piacere ottenuto in piccole dosi.
La dipendenza affettiva, al contrario di altri tipi di dipendenze generate in primis da fattori genetici e da stress sociali o relazionali (Rajita S. 2009) porta, nel lungo periodo, allo sviluppo di una forma cronica di stress auto-indotto con conseguente incremento di rilascio di ulteriori elementi chimici utili a sopperire le alterazioni motivazionali e relazionali proprie del rapporto tossico che il soggetto vive. Lo stress coinvolge la percezione e la valutazione del proprio sé, portando così la vittima ad essere maggiormente dipendente dall’abusante al quale spetta la sentenza finale, avvalendosi di una funzione giudicante. A livello biochimico, adrenalina e noradrenalina, ossia catecolamine rilasciate come neurotrasmettitori dai gangli presinaptici e come ormoni dalla porzione midollare del surrene, portano il dipendente ad essere in un continuo stato emotivo di allerta, con aumento della pressione arteriosa e del rilascio dell’ormone cortisolo, quest’ultimo implicato nella riduzione della funzionalità
immunitaria e conseguente stress psicofisico.
Conclusioni
A fronte di quanto discusso, dal punto di vista neurobiologico si può affermare l’esistenza di una connessione tra la dipendenza affettiva e quella nei confronti di sostanze psicoattive. Tutto ciò che è dotato di potere motivazionale positivo, infatti, tende ad aumentare l’attività neuronale di un particolare fascio di fibre dopaminergiche, che originano nell’area ventrale tegmentale (VTA). Come analizzato nell’articolo, vengono prodotti a cascata numerosi neurotrasmettitori e ormoni che portano l’individuo a sviluppare, nel tempo, una vera e propria forma di dipendenza nei confronti dell’abusante, difficile da eradicare se non con uno specifico trattamento psicoterapeutico. I traumi psicologici riscontrati nei soggetti affetti da dipendenza affettiva come pensieri intrusivi, sonno e attività onirica disturbata, dissonanza cognitiva e senso di colpa, possono essere ulteriormente trattati, in associazione ad una terapia cognitivo-comportamentale, con il metodo EMDR (Eye Movement Desensitization & Reprocessing), metodo che si basa sul modello di elaborazione adattiva delle informazioni (AIP). Attraverso questa tecnica biotecnologica, tramite la stimolazione alternata sensoriale (oculare, tattile o acustica) è possibile rielaborare correttamente un ricordo associato ad una esperienza negativa, riducendo così la sintomatologia legata al disturbo post-traumatico. Grazie alla stimolazione cerebrale bilaterale, infatti, si ha la possibilità di modificare l’aspetto di giudizio e convinzione del paziente nei confronti del ricordo associato all’evento traumatico vissuto. In questo modo, il soggetto trattato conserverà naturalmente il ricordo ma avrà un approccio più distaccato sia dal punto di vista di un’analisi razionale sia emozionale. Il terapeuta, seguendo un protocollo standard, ha quindi il ruolo di portare il paziente a rievocare il ricordo guidandolo in un movimento oculare e tattile alternato.
Come tutte le dipendenze le tempistiche di risoluzione non sono brevi, resta fondamentale la collaborazione attiva del paziente che, mosso da un forte e consapevole moto di volontà, decide di affrontare i propri fantasmi interiori per ritrovare un senso di pace e libertà individuale.
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